Storie di donne, letteratura di genere/ 583 – Di Luciana Grillo
Emma Fenu, «La madre del vento» – L'autrice esalta il ruolo della donna e la sua aspirazione alla libertà, l’educazione e l’istruzione e al rapporto madre-figlia

Titolo: La madre del vento
Autrice: Emma Fenu
Prefazione: Antonello Colledanchise
Editore: PubMe, 2024
Pagine: 142, Brossura
Prezzo di copertina: € 13
La Sardegna rocciosa, i destini di due donne, antiche leggende e una presenza inquietante – La Madre del vento («una figura indefinita e potente che incarna il legame profondo tra l’isola e i suoi elementi naturali» secondo l’antropologa Claudia Zedda) – si fondono in questo romanzo breve che si legge tutto d’un fiato.
Al centro della storia, come già detto, ci sono due donne, ma la vicenda diventa particolarmente interessante se inquadriamo il problema principale: la donna diversa, troppo indipendente, troppo lontana dalla cosiddetta normalità e ribelle all’autorità paterna o maritale, con assoluta noncuranza veniva ricoverata in manicomio, e lì restava, abbandonata a se stessa e non curata – ammesso che avesse bisogno di cure – per tutto il resto della sua vita.
La prefazione, a cura di Antonello Colledanchise, psicologo e psicoterapeuta sistemico-relazionale, mette in evidenza alcuni aspetti essenziali: ad esempio, una data – il 2 febbraio – giornata della Candelora che evoca riti purificatori, ma che per l’autrice ha una ulteriore valenza perché il 2 febbraio è nata sua nonna, e il 2 febbraio è morta la nonna di suo marito; sempre il 2 febbraio è la «giornata dedicata alla dea Brigid, simbolo di rinascita e di speranza… figura di transizione tra il paganesimo e il Cristianesimo, diventa Santa Brigida d’Irlanda, alla quale la scrittrice ha voluto intitolare il manicomio del romanzo».
L’autrice collega vite che si spengono e vite che nascono, come quella della regina Margherita, che morì il 23 gennaio 1926, e quella di Dalia – chiamata Dalida per un errore – che vide la luce lo stesso giorno.
Le storie delle protagoniste si alternano.
Dalida cresce con la convinzione, ereditata da sua madre, che sia «nata maledetta, portatrice di disgrazie e destinata a una morte precoce o a una vita da strega».
Lucia, l’altra protagonista, nata nel 1969, va via dall’isola, vuole studiare a Roma e vuole soprattutto «cambiare questo mondo, questa società patriarcale, in cui essere donna è una condanna a non aspirare alla realizzazione personale e alla libertà oltre il ruolo di moglie e di madre».
Sa che Maddalena non è sua madre, ma non ha mai avuto il coraggio di chiedere di più e quindi confessa che «nella mia mente e nel mio cuore ho scavato una voragine di assenza».
Dalida racconta la sua storia, la vita da bambina in casa del farmacista, la scuola in cui capisce che «non ci si sedeva davvero in ordine di altezza, ma che i primi banchi erano riservati alle bambine più brave, belle e ricche, con il colletto più grande e ricco di trine» ma che ricorda comunque come gli anni più belli della sua vita, quando si sentiva amata dalla maestra che «perdonava le mie ribellioni, mi lodava per le poesie imparate a memoria e mi dava carezze sul mento».
Dalida, scrive l’autrice, «è l’incastro di tante donne: le nostre nonne che affrontarono la guerra, la fame e la perdita dei loro cari; le tante altre che perirono giovani, sole e dimenticate, e le più sfortunate che furono rinchiuse in manicomio per motivi non ascrivibili a una malattia mentale».
Lucia si chiede ossessivamente perché la madre non abbia lottato per lei, perché non l’abbia cercata… e quando ancora una volta lascia l’isola, piange «la morte di mia madre, di mia nonna e di ogni donna… So che sono immobile, che forse per Roma non partirò mai più».
Questo romanzo, dunque tocca tanti temi: la società patriarcale, la maternità e l’abbandono, la malattia di mente (anche solo presunta), le tradizioni popolari, il ruolo della donna e la sua aspirazione alla libertà, l’educazione e l’istruzione, e – soprattutto – il rapporto madre-figlia.
Luciana Grillo - [email protected]
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