I dazi amari di Trump, the day after: i mercati non ci credono

Le borse USA perdono 2.000 miliardi in un solo giorno. Ma alcuni passi indietro li ha già fatti e forse una via di uscita è percorribile

La reazione dei mercati è stata proporzionata alla durezza dei dazi imposti da Trump: Wall Street da sola ha bruciato 2.000 miliardi, in un paese dove i cittadini vivono la borsa nelle proprie tasche.
Naturalmente il presidente degli Stati Uniti ha detto che era prevedibile, come è prevedibile che presto gli USA avranno un boom.
Ovviamente sono andate in rosso un po’ tutte le borse del mondo, perché l’unica cosa certa è che i dazi rallentano il libero mercato.
Ma il ritorno al protezionismo degli USA è un balzo indietro di circa un secolo. E, a ben vedere cosa accadde in passato, si comprende perché le borse non credano tanto al miracolo profetizzato da Trump.
 
Ora però è bene fare un’analisi più attenta.
La prima cosa che osserviamo è che Trump ha già apportato delle modifiche al suo proclama.
Anzitutto ha tolto i dazi ai prodotti farmaceutici, perché avrebbero penalizzato solo i suoi concittadini che non possono fare a meno dei medicinali non prodotti negli USA.
L’altra osservazione sta nel rinvio di almeno un mese dei dazi sulle componentistiche per le costruzioni meccaniche. Altrimenti si sarebbero fermate le fabbriche USA che dall’Europa acquistavano a prezzi più convenienti.
Ci vuole tempo prima che l’autarchia possa dare i suoi frutti.
 
Ma la cosa che più balza in tutta la sua evidenza sta nell’analisi che Trump (e/o chi per lui) ha fatto per determinare le barriere doganali dei vari paesi per poi calcolare la quota di dazi di reciprocità.
Trump, infatti, ha incluso anche l’Iva che i vari Paesi europei impongono al consumo. Lo avevamo intuito e scritto nel servizio che abbiamo pubblicato ieri, ma oggi ne abbiamo avuto conferma.
In parole povere, Trump ritiene che gli stati europei si arricchiscano così grazie agli USA.
Ma l’imposta sul valore aggiunto è una tassa che non c’entra per nulla con le barriere doganali. È un fatto interno di ogni Paese, che colpisce i prodotti da qualsiasi parte questi vengano. Tanto vero che anche i dazi sono soggetti a IVA.
Negli Stati Uniti non c’è l’IVA come in Europa, ma sono ancora alla vecchia IGE, ossia una tassa secca sulla vendita finale. Che varia da stato a stato.
 
In effetti, però, bisogna ammettere che gli stati europei applicano i dazi su quasi tutti i prodotti provenienti dagli Stati Uniti. E anche gli USA applicavano dazi sui prodotti di importazione, ma in misura certamente minore.
Dunque, semmai è su questi che Trump doveva calcolare l’entità dei dazi di reciprocità.
Se vogliamo metterci a un tavolino e discutere seriamente sui dazi e controdazi, sarebbe bene azzerarli tutti da entrambe le parti. E poi, semmai, rifare i conti tra persone civili.
Allo stato non ci pare che fra Trump e la von der Layen ci siano buone intenzioni in tal senso, ma questa resta la sola strada da percorrere, se non vogliamo annegare in questo mare di... dazi amari.

GdM